Il gigante seduto

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L’esperienza di un giovane imprenditore dell’innovazione in Italia

 

Mi hanno chiesto di descrivere la mia esperienza di giovane (quanto è cambiato il concetto di giovinezza, negli ultimi 20 anni…) imprenditore che si occupa di innovazione.

La cosa mi ha fatto molto piacere perché personalmente leggendo le esperienze degli altri trovo sempre delle indicazioni che mi aiutano a leggere meglio il contesto nel quale mi muovo io, la mia azienda, le persone che lavorano con me. Mi auguro di potere anche io contribuire in questo senso verso coloro che leggeranno queste righe.

La mia azienda è stata fondata nel 2015, dopo un’incubazione di circa sei mesi nel corso dei quali ho fatto il possibile per avere quante più informazioni possibili nel campo con il quale mi sono cimentato: a quel tempo la stampa 3D era appannaggio di un numero di specialisti relativamente scarso, anche se le prime applicazioni commerciali risalivano a quasi trent’anni prima, a quando, cioè, Chuck Hull, mitico fondatore di 3D Systems, inventò la stereolitografia e il formato STL, standard dei file utilizzati nella stampa in 3D.

Nonostante questi trent’anni la stampa in 3D, locuzione alla quale preferisco la dicitura manifattura additiva (Additive Manufacturing o AM) era rimasta appannaggio di chi aveva capacità economiche significative e una necessità massiccia importante di realizzare prototipi.

In quei fatidici anni 2014 e 2015, però, caddero dei brevetti detenuti dall’altro gigante del settore, dando la stura a una miriade di piccoli inventori, poi identificati con il nomignolo di Makers, e aziende lungimiranti che produssero una sterminata varietà di sistemi di produzione robotizzati (stampanti 3D) dal costo accessibile.

Questo è un articolo sull’innovazione e a questo punto vale la pena sottolineare innanzi tutto quale meccanismo virtuoso si sia instaurato in quella fase: i nuovi entranti hanno intuito la potenzialità derivante dalle due caratteristiche peculiari dell’AM e cioè la capacità di realizzare forme anche molto complesse (libertà geometrica)  e di potere realizzare oggetti in tiratura limitatissima, anche un solo pezzo (cancellazione sostanziale delle economie di scala), il tutto con costi e tempi decisamente ridotti rispetto a qualsiasi alternativa disponibile. Ebbene, l’aspetto innovativo a livello di sistema si è manifestato quando queste migliaia di makers si sono incontrati con operatori di ogni tipo, sviluppando soluzioni e prodotti altamente innovativi, molti dei quali soltanto provocatori, molti invece senz’altro utili. In altre parole, quando la tecnologia innovativa si è incontrata con le competenze degli utilizzatori di prodotto, l’innovazione è nata, si è concretizzata.

La nostra azienda è un buon esempio di questo: quando le nostre competenze nel campo dell’AM si sono incontrate con medici lungimiranti, abbiamo avviato lo sviluppo di soluzioni che hanno reso le operazioni chirurgiche più rapide, più sicure, più economiche. Alcuni casi ci hanno resi particolarmente orgogliosi, come quando ci siamo sentiti dire che un’operazione fatta con il nostro supporto, semplicemente non sarebbe stata possibile.

Non tutti i casi sono così gravi, ma tutti quelli su cui interveniamo determinano un incremento misurabile e significativo nella performance clinica e questo ha e avrà sempre più un impatto importante sulla sanità nazionale nel suo complesso, senza contare il beneficio che ne hanno i pazienti.

Il centro della riflessione che voglio sottoporre a partire da questa premessa è nel rapporto tra innovazione e pubblica amministrazione: in Italia il sistema sanitario nazionale rappresenta 119 miliardi di euro (dati 2018) su 156 di spesa totale. Il SSN rappresenta quindi, in termini di mercato, il primo operatore economico della sanità e con grande margine. E’ quindi naturale che un’azienda che sviluppa o promuove  (non ci scordiamo che l’azione commerciale è centrale) un’innovazione in ambito sanitario, identifichi le strutture sanitarie del territorio quali gli interlocutori naturali per diffondere i propri prodotti e servizi. Non c’è bisogno di dettagliare quali e quante siano le complicazioni cui si viene esposti quando si propone una soluzione innovativa a una struttura sanitaria: il sistema è sì complicato, sì sensibile e delicato, ma queste complicazioni appaiono talvolta un mistero insondabile a un giovane imprenditore con in mano un nuovo prodotto. Nonostante funzioni, nonostante ci sia una reale necessità, il processo per fare entrare un prodotto nuovo in ospedale appare impossibile da superare senza delle relazioni molto importanti.

Sono certo che ci siano ragioni concrete che hanno determinato l’istituzione di determinate procedure: tuttavia, il risvolto di questa rigidità è che l’innovazione non può entrare nelle strutture sanitarie se non attraverso operatori economici di dimensioni grandi dotati di capacità commerciali notevoli. Queste caratteristiche evidentemente non si riscontrano nelle aziende di nuova costituzione, di dimensioni e con risorse in genere minime. In definitiva, l’innovazione entra nel sistema pubblico soprattutto attraverso operatori di grandi dimensioni. Vorrei potere fornire dei numeri per sostenere questa chiara percezione che ho. Potrei essere stato tratto in inganno ma a quanto vedo dai vincitori delle gare pubbliche i nomi sono per lo più relativi a quella tipologia di operatori.

Le conseguenze a livello di sistema sono varie e di quelle che ho identificato poche sono positive: diciamo subito che la principale è che un grande player di settore, con esperienza pluriennale e internazionale garantisce un livello qualitativo alto e un livello di rischio più basso rispetto a quanto possa garantire un giovane intraprendente che si cimenta con una soluzione innovativa. Un operatore di lunga data è perfettamente in grado di individuare i rischi di una nuova soluzione, conosce molto bene le procedure e i processi della sanità, ha accesso a competenze del più alto livello per effettuare valutazioni, può finanziare studi clinici che determineranno un servizio sicuro, efficace e di successo. In termini di mercato, poi, la capacità di far arrivare innovazione in sala operatoria è impareggiabile.

Con questi non irrilevanti vantaggi terminano però gli aspetti positivi del mettere l’innovazione esclusivamente nelle mani degli operatori già presenti nel mercato.

Il primo elemento negativo sta nel fatto che gran parte dei maggiori operatori economici di grandi dimensioni risiedono all’estero. Questo non vuol dire soltanto che i benefici economici fluiscono in gran parte in Germania o negli Stati Uniti. Il problema che riguarda l’economia italiana è che quei paesi esteri sono favoriti nel generare innovazione e nell’attrarre le migliori competenze del mondo. Non è un caso che, nonostante l’Italia abbia un impianto educativo di alto livello, questo non sia affiancato da un sistema imprenditoriale coerente con quello stesso livello. Gli studenti, specialmente i più brillanti, vanno dove le possibilità di carriera non sono solo economicamente più redditizie ma anche professionalmente più gratificanti. Finché le aziende innovative saranno estere questo flusso non ha ragione di interrompersi.

In secondo luogo, la complessità nell’accedere al mercato pubblico, specificamente in quello sanitario, scoraggia gli investimenti in questo campo, alimentando il circolo vizioso su detto e favorendo investimenti in ambiti con un tasso di innovatività inferiore.

Questo porta al terzo svantaggio e cioè che in Italia è scoraggiata l’innovazione complessa. L’innovazione complessa richiede, tra molte altre cose, un mercato accessibile. Senza un mercato non c’è alcuna ragione di innovare privatamente. La ricerca di base che è giustamente spesso citata, ha almeno il vantaggio di essere sovvenzionata dallo stato. Sulle modalità si potrà discutere ma esiste un sistema, l’università con i propri centri di ricerca, il CNR, etc., che hanno fondi da investire in innovazione. Al contrario nel privato, in assenza di un mercato accessibile, non c’è ragione per investire semplicemente perché quell’investimento non ha un mercato accessibile che potrà mantenere l’investitore, i suoi macchinari, i suoi dipendenti.

Il quarto e ultimo punto che voglio citare è che nell’ipotesi che un innovatore sviluppi un servizio valido, che venga notato da un grande operatore, che venga acquisito da questo operatore delegandogli lo sviluppo e la commercializzazione, il controllo dell’innovazione passerebbe all’incumbent. Questa condizione dà ai grandi operatori economici la facoltà di promuovere un’innovazione o meno. Si può pensare che un’impresa non sia propensa a distribuire un prodotto che possa danneggiare gli altri del proprio portafoglio, questo è legittimo. Al contrario, l’interlocutore di un piccolo operatore è direttamente il dottore che dovrebbe essere il soggetto principale nella valutazione dell’opportunità o meno di utilizzare una procedura clinica. Demandare alle aziende la scelta se adottare o meno l’innovazione rischia di ridurre il tutto a una valutazione principalmente finanziaria.

Un piccolo operatore che abbia un percorso, non necessariamente agevole ma almeno chiaro, formalizzato, economicamente sostenibile, per inserire servizi innovativi in sanità favorirebbe l’impiego di risorse e competenze anche in questo ambito. Vale la pena ricordare che in altri paesi non è infrequente che nuovi entranti in settori importanti ne abbiano conquistato la leadership. Questa prospettiva in Italia è molto meno frequente.

Esistono degli alleati, forse inconsapevoli, di questa situazione e sono i direttori delle strutture sanitarie e i referenti regionali della sanità perché costoro si trovano a valutare progetti di importi di molti milioni di euro e con benefici che realisticamente si possono misurare con una certa facilità in anticipo con gli strumenti disponibili: è possibile prevedere gli effetti sul sistema sanitario locale dell’acquisto di una nuova TAC o addirittura in seguito all’apertura di un nuovo ospedale. I costi e i ritorni sono confrontabili con una ricchissima letteratura sul tema e mediante analisi realizzate con strumenti di geolocalizzazione per studiare i bacini di utenza, con soluzioni di business intelligence, geomarketing ed altro ancora. Ma non è questa l’innovazione. L’innovazione ha rientri probabili, differiti nel tempo e misurabili in anticipo solo al costo di una grande incertezza. L’innovazione entro una certa misura è una scommessa, ma una scommessa necessaria.

L’aspetto positivo è che l’innovazione, specie nelle proprie fasi iniziali, ha costi molto contenuti, come dimostra il fatto che è sviluppata da una startup ma, proprio a causa di questo ridotto ambito di spesa, le spese in innovazione vengono derubricate a questioni secondarie: spese di basso importo con ritorni incerti non sono una questione principale, per una direzione.

Questo atteggiamento dei decisori del sistema sanitario alimenta il circolo vizioso su descritto e lo cristallizza: l’innovatore, che spesso è un’impresa piccola per dimensioni e fatturato, che vede rimandare all’infinito e senza logiche chiare la possibilità che la propria innovazione venga impiegata, sarà ad un certo momento costretto alla scelta tra chiudere, da qui si genera l’alta mortalità delle imprese di piccole dimensioni, e/o vendere la propria idea a realtà più strutturate, naturalmente a prezzo stracciato, visto che non c’è una casistica consolidata.

I decisori (direttori generali, amministrativi e sanitari, membri dell’HTA, comitati etici, assessori alla sanità, presidenti di regione) devono invece avere uno strumento che permetta loro di adottare le soluzioni innovative, in un campo sicuro, senza mettere a rischio né il funzionamento dell’attività corrente né la salute dei pazienti, valutando così internamente l’effettiva bontà della soluzione senza che tale valutazione sia interamente a carico dell’imprenditore, se piccolo, e senza rischiare azioni giudiziarie per avere tentato in buona fede di operare guardando al futuro nell’interesse della comunità.

Questa può essere una soluzione.

Naturalmente servono risorse in questo campo perché l’innovazione dev’essere valutata e anche sostenuta da personale con esperienza, che sappia valutare i risvolti e le conseguenze di una novità nei processi interni. Quindi i direttori di strutture sanitarie dovrebbero avere nel proprio team dei veri specialisti in innovazione che possano individuare queste opportunità e metterle a sistema.

In questo contesto, si può immaginare che l’Università, in posizione di naturale prossimità non solo fisica rispetto alle strutture sanitarie, potrebbero fornire un bacino di competenze importante e senza o con meno conflitti di interesse.

Senza una soluzione che permetta a chi opera in ambiti innovativi naturalmente rivolti al pubblico, come mi sono trovato io con la mia azienda, la strada che porta dal piccolo imprenditore alla grande azienda, in grado di fare ancor più innovazione oltre che a dare posti di lavoro, creare competenze, valorizzare un territorio e quant’altro, appare quantomeno accidentato.

Vorrei sottolineare come le problematiche qui descritte si possano realisticamente estendere a ogni ambito della pubblica amministrazione, centrale e locale. Purtroppo, ogni cittadino fa prima o poi esperienza dei sistemi informativi della pubblica amministrazione, che non riesce mai a distinguersi positivamente per avere la migliora infrastruttura tecnologica, la migliore applicazione personale, la migliore soluzione digitale per erogare i propri servizi. La sfiducia verso la app Immuni, che sarebbe stata una risorsa importante nell’attuale emergenza Coronavirus, credo rispecchi anche una più estesa sfiducia verso le piattaforme pubbliche.

Con queste riflessioni ho voluto testimoniare una delle tante esperienze che, sono certo, si possono trovare nel nostro Paese. Gli imprenditori-innovatori che vivono in questo momento di rapido sviluppo hanno bisogno di un sostegno principalmente burocratico-amministrativo da parte dell’operatore pubblico, per far sì di cogliere tutte le opportunità, veramente straordinarie, che caratterizzano questo momento di passaggio.

Ho intitolato questo pezzo “il gigante seduto” perché vedo, come tanti altri, che l’Italia è pervasa da un gran numero di promettenti e intraprendenti piccoli operatori economici. Costituiscono, insieme ad altri enti, il corpo dell’Italia. Ora siamo fermi, statici, giriamo intorno in cerca di una soluzione. Se saremo innervati da un sistema statale efficiente e disponibile l’Italia ha tutti gli elementi per esprimere ciò che citiamo sempre, con sempre meno convinzione o con un senso di rimpianto, che è la creatività italiana. La creatività italiana non è una leggenda, esiste ancora, sta producendo, ma non a favore dell’Italia. Facciamo sistema, costruiamo il futuro e il nostro amato Gigante potrà rialzarsi, camminare e correre, in piena salute.